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Psicoterapia/e

PSICOTERAPIA/E

Nonostante la loro impressionante e sintomatica diffusione; nonostante la loro ufficializzazione giuridico-legislativa tanto necessaria quanto rassicurante (e quindi, per certi aspetti, difensiva e razionalizzante); nonostante insomma i successi e i riconoscimenti (anche se più pubblici e popolari e meno scientifici e accademici) le tecniche di cura psicologica dette psicoterapie continuano a mostrare livelli niente affatto marginali di fragilità epistemologica, conoscitiva, e appunto curativa. Vale indubbiamente la pena riflettere seriamente su questa fragilità, perché dal sua reale, serio, stabile superamento dipenderà non solo il futuro di questa o quella scuola psicologica, quanto la possibilità stessa di mantenere credibile il progetto di una "cura" del patire psicologico - nell'anima, nei sentimenti, nelle emozioni, nei comportamenti - che si avvale essenzialmente degli strumenti umanissimi (e perciò potenti e ambigui dell'ambiguità dell'uomo) della comunicazione della relazione.

L'approccio non direttivo e meta - interpretativo in psicoterapia

L'approccio non direttivo e meta - interpretativo in psicoterapia 1. "Avvicinarsi alle idee"  2. Premesse teoriche e già psicologiche   3. "Avvicinarsi all'oggetto" a. Relazione e comunicazione: l'alfa e l'omega della terapia psicologica. b. Comunicare cosa, comunicare come   " Approccio" da approcciare, derivante dal composto latino " ad prope " (andar vicino, presso) e’ un termine che designa un atto o processo di avvicinamento a qualcuno o a qualcosa.[1]  L’approccio di cui vorremmo parlare in questa sede attiene   ad   un      modo di intendere e praticare    l ’ " ad prope", l’ andare vicino a quel “qualcosa” chiamato "psicoterapia". Abbiamo detto modo di "intendere e praticare". Ciò significa che l’approccio di cui parleremo si nutre di due istanze e di due oggetti di riflessione: uno teorico: connesso all’avvicinamento al "cosa sia " della psicoterapia;    uno pratico: connesso all’avvicinamento al "come sia o dovrebbe essere il ‘funzionare’" della psicoterapia.     La scelta del termine "approccio" non va intesa in senso retorico, e cioè come espressione di un semplice e formale atteggiamento di cautela. Bensì come espressione della consapevolezza della notevole complessità dei fenomeni e dei problemi inclusi nel termine "psicoterapia"; nonchè della consapevolezza della attuale limitatezza e fragilità epistemologica dell’insieme delle teorie psicologiche (dinamiche e non) che stanno a fondamento degli schemi concettuali e delle concrete modalità operative di tutta la psicoterapia contemporanea. Parleremo di approccio quindi, perché la psicoterapia non può essere, oggi, che semplicemente "avvicinata". E questo perché qualsiasi discorso di o sulla psicoterapia non può configurarsi, se criticamente inteso, che come discorso "intorno", "nelle vicinanze" di una realtà fenomenica ancora confusa e tantomeno rigorosamente definita: appunto, di una realtà ancora priva di chiari consensuali "confini" teorico-concettuali.       Esattamente come qualsiasi pratica        psicoterapica non potrebbe né dovrebbe, allo stato attuale delle conoscenze “scientifiche”, essere attuata se non come modalità di avvicinamento alla realtà, altrettanto complessa, sfuggente e non ben delimitata concettualmente, della sofferenza psichica.[2]      1. "Avvicinarsi alle idee" Si è detto di un approccio come di una avvicinamento teorico al " cosa sia" della psicoterapia. Saremmo degli ingenui se pensassimo che l’avvicinamento ad un oggetto, la sua semplice osservazione sia concettualizzabile come pura, passiva registrazione della sua fenomenologia obiettiva.   Un oggetto puramente percepito o, meglio, osservato è un oggetto concettualmente "vuoto". Se si vuole è un oggetto sì registrato, ma "muto": un oggetto-sfondo. Soprattutto, un oggetto a-problematico. Forse un oggetto invisibile perché non visto: a rigore, infatti, noi possiamo vedere senza capire e guadare senza vedere. Se si vuole, possiamo vedere-che e non perché.   Nella realtà logica e psicologica, noi ci avviciniamo ad un oggetto sulla base di un interesse e secondo una intenzionalità nella cui origine è già consegnata una pre-concezione dell’oggetto. Più che vedere, noi "andiamo a vedere": il "se", il "cosa", il "come (e il come mai) " e il "perché" di un oggetto, di un dato, di un fenomeno; del suo accadere "così" (invece che "cosa"), del suo accadere "ora" (invece che "allora"), ecc... In breve, noi percepiamo secondo modalità problematizzanti e interrogative. La qualità, i contenuti, il senso di questo sguardo (di questa " andar verso") problematizzante e interrogativo sono i vettori che dirigono la nostra osservazione e che ci fanno guardare l’oggetto secondo determinate angolature (: che ce lo fanno vedere "così", invece che "cosa" -quando magari l’oggetto è visibile "così e cosa"). Ciò altresì significa che noi siamo "memoria-che-guarda": che ci avviciniamo all’oggetto secondo un asse cognitivo-emotivo--(l’interesse all’oggetto non essendo mai pura scelta logica e razionale)--che non è in atto, che non si genera nella contingenza empirica del nostro incontro con l’oggetto, ma che ha una storia. Precisamente, la storia di ciò e di come abbiamo appreso ciò che abbiamo appreso: la storia dello sviluppo, per l'apprendimento, dei nostri stessi codici di interrogazione del mondo che ci circonda. Avvicinarsi all’oggetto psicoterapia" ci pare allora che debba configurarsi come un avvicinarsi critico alle concezioni di psicoterapia che ci hanno insegnato o che abbiamo incontrato vuoi tramite la ricerca teorica, vuoi tramite esperienze personali, soggettive, vuoi tramite testimonianze (autorevoli e amicali) di essa.  Il primo approccio alla psicoterapia, meglio l’inizio del movimento di avvicinamento ad esso, se produttivo vuole essere, non può pertanto presentarsi che come movimento di rilettura delle idee e dei modelli di psicoterapia appresi. Una delle premesse fondamentali di quello che abbiamo ritenuto di poter concettualizzare come " approccio non direttivo e meta-interpretativo in psicoterapia" risiede proprio in questo: nel mantenimento di una forte distanza critica e di una notevole apertura epistemologica circa le "idee" sulla psicoterapia e della psicoterapia.  Giacchè in pochi ambiti disciplinari è dato riscontrare tra le "idee (i.e. le "costruzioni teoriche") e i loro "oggetti di riferimento" (la fenomenologia psicologica e psicopatologica dell’uomo) connessioni così spurie, contraddittorie e mistificanti come quelle reperibili in campo psicoterapico.   E questo - si noti - non per una particolare insipienza degli studiosi del campo (psicologi, psichiatri, psicoterapeuti ecc.), ma per la natura stessa dell’oggetto di studio: la fenomenologia ideativa, emotiva, affettiva e relazionale dell’uomo in quanto ente che soffre di se e degli altri. Quello che vogliamo qui evidenziare con forza anche se con inevitabile schematismo è che quando abbiamo a che fare con " dati " e "fatti" lontani, per consistenza fenomenica, dalla "cosalità" tipica del dato-fatto naturale e fisico, il piano teorico, ovvero l’insieme delle idee che elaboriamo su queste dati-fatti non cosa li interviene non solo nella forma della loro  rappresentazione concettuale, ma anche nel processo della loro costruzione al punto che, nella massima buona fede, possiamo costruire dei fatti...non esistenti.[3] Oppure possiamo deformarli, alterarli, distorcerli mediante un'estrapolazione ingigantita di loro aspetti parziali, settoriali, talora marginali. La consapevolezza della complessità e ambiguità del rapporto tra teorie psicologiche e" uomo (che soffre) "; e soprattutto la consapevolezza dell’intima fragilità epistemica e logico-metodologica del pensare psicologico che fa di tale pensare, spesso, più una pura ‘Loghìa doxematicà, un puro ‘discorrere opinabile e per opinioni, ricco della ricchezza del discorso letterario e però, come tale discorso, anche ambiguo e confusivo (perché tramite esso tutto è dicibile: tutto e il contrario di tutto) per cui tale pensare psicologico non può ancora considerarsi pensare compiutamente scientifico. Questa consapevolezza duplice, lo ripetiamo, è una delle basilari premesse teoriche e già psicologiche dell’approccio non direttivo come da noi inteso.   2. Premesse teoriche e già psicologiche Siamo dell’avviso che la forma di consapevolezza appena esposta sia di difficile applicazione pratica. Sia cioè di ardua gestione intrapsichica nella concretezza della relazione di setting.  E’ questa, infatti, una relazione umana ove i livelli di ansia (che, almeno in buona misura, nascono da un genuino  interesse per l’altro che si declina e coniuga di fronte a noi e con noi) sono tali da imporre quasi un "bisogno", una necessità di comprensione totale dell'altro. Di capire cosa, come e perché si trovi nella situazione in cui si trova; nonché di capire come aiutarlo a venirne fuori (cosa che del resto il paziente a più riprese chiede, richiede e pretende). Ma vi è poi anche un secondo movimento intrapsichico che si oppone (e quanto potentemente!) alla pratica "interiore", all'integrazione armonica della suddetta consapevolezza nel contesto del setting. Ci riferiamo alla dinamica, narcisistico-“sadica” (sovente di origine infantile, talvolta indotta, o promossa dal tipo di training ricevuto, o "subito") In forza della quale il terapeuta inconsapevolmente desidera" (e in taluni più più drammatici casi, " ordina " attraverso modalità più o meno implicite e silenziose o esplicite e direttive) che il paziente "sia" come egli lo concettualizza, o "abbia" ciò che egli ha "visto in lui" , o soffra per le ragioni che egli "ha scoperto".  Dinamica questa che si fa più frequente o probabile se ciò che il paziente "è", "ha" o di cui soffre corrisponde fenomenologicamente a ciò che il terapeuta o analista "sa di sè" o di sè ha "magistralmente" appreso durante il suo training.   Premessa teorica e psicologica quella della suddetta consapevolezza e già formativa: ossia già funzionale ad un avvicinamento teorico e pratico alla psicoterapia capace, o per lo meno, virtualmente funzionale a eliminare o a ridurre la più sottile e profonda e subdola forma al tempo stesso di distorsione percettiva e di direttività manipolativa: quella connessa alla nostra costruzione concettuale dell'altro da noi. [4]    3. "Avvicinarsi all'oggetto" E’ indubbio che avvicinarsi all'oggetto psicoterapia" rinvii ad un esame del " cos'è" della sofferenza psichica (ossia del campo di intervento dell'agire psicoterapico) e, in seguito, del "cosa è" della psicoterapia, ovvero ad una definizione delle sue modalità e ragioni di intervento.[5] Per evidenti ragioni di spazio, non possiamo concederci qui l'obiettivo, pur importantissimo (e in altra sede da noi già trattato), della disamina critica delle varie teorie o modelli di sofferenza psichica (nonché dei modelli della struttura e della dinamica psichica umana). A questo riguardo, non possiamo che ribadire come, anche in questo caso, dovrebbero valere quelle avvertenze critiche da noi tracciate nel precedente paragrafo. Più utile, al fine di meglio tracciare se non una compiuta "carta di identità" dell'approccio non direttivo e meta-interpretativo, almeno un suo apprezzabile "schizzo", più utile si diceva è evidenziare alcune delle sue più essenziali connotazioni pratiche e applicative.         a. Relazione e comunicazione: l'alfa e l'omega della terapia psicologica. Prenderemo le mosse dal seguente intreccio proposizionale (della cui assertività necessitata ma non voluta ci scusiamo): 1. la psicoterapia (al di là di tutte le sue molteplici e contraddittorie diversificazioni teoriche e tecniche) appartiene alla classe delle relazioni umane specialistiche e significative: a. "classe delle relazioni umane": perché in essa sono reperibili, quali "protagonisti" dei soggetti umani che entrano in un rapporto dotato di sufficiente durata temporale, di sufficiente coinvolgimento emotivo, di sufficienti livelli comunicazionali da renderlo, a questo livello, sovrapponibile a ciò che nel linguaggio e nella realtà comune (a- specialistica e a-professionale) denominiamo "relazione umana"; b. "specialistiche": perché tra i protagonisti di tale ~ relazione, uno, (il terapeuta o analista) si presenta portatore di particolari competenze professionali di origine disciplinare; nonché perché relazione scelta dall'utente stesso con finalità "speciale" (appartenente alla classe della" cura "); c. "significative": perché proprio per la particolarità della coniugazione di aspetti umani e specialistici, la relazione psicoterapica si riveste di una acuta pregnanza psicologica (soprattutto per l'utente); di una pregnanza che la rende particolare e particolarmente rilevante (i.e. dotata di profondo significato umano ed esistenziale) per chi la richiede. Se quanto qui asserito e’ accettabile, allora consegue che avvicinarsi alla psicoterapia vuoi dire avvicinarsi alla fenomenologia delle modalità relazionali e comunicative che la strutturano, che la specificano: la fanno essere "lei" nel novero delle molteplici pratiche specialistiche.  Ancora, vuol dire che sarà nel modo di comunicare e relazionarsi che troveremo la base empirica delle differenze intra-psicoterapeutiche.     b. Comunicare cosa, comunicare come La comunicazione è il processo dell'interscambio informativo-classificatorio al cui interno e in forza del quale avvengono tutte le interazioni umane e tutte le umane modalità relazionali.   Ciò che comunichiamo, come lo comunichiamo e perché lo comunichiamo sono le modalità attraverso le quali noi veniamo ad interagire con i nostri simili, così creando tra noi e loro le invisibili e profonde coordinate al cui interno definiamo la nostra relazione con loro: il "chi è" del nostro essere con loro, il "chi è" del loro essere con noi. Comunicare, in altri termini, non è solo trasmettere informazioni ma, al tempo stesso, è anche definire il nostro ricevente, nella forma della definizione della nostra relazione con lui.[6] Proprio questa intima bivalenza, questa intima e duplice virtualità informativo-definitoria è ciò rende il processo comunicativo (umano) dotato di altri due esiti bivalenti: quello del favorire la conoscenza e crescita nostra e degli altri (dell'emittente e del ricevente); quello della manipolazione dei termini in comunicazione. Ovviamente, per "manipolazione", non dobbiamo intendere qualcosa di grossolanamente violento o aggressivo. Men che meno di esplicito e consapevole (nè per l'emittente nè per il ricevente). Più sottilmente, dobbiamo intendere un processo, in larga misura inconsapevole, e tale per cui la manipolazione si presenta nella forma della definizione del sapere e dell'essere dell'altro attuata mediante parole (o silenzi, che delle parole sono il contrappunto; o gestualità, che delle parole sono il commento meta-linguistico). Bene, se analizziamo il comunicare psicoterapico alla luce di questo duplice parametro informativo/manipolativo, potremo notare come quelle modalità comunicative chiamate "interpretazioni" (che costituiscono lo "strumento di lavoro" dell'intero universo delle psicoanalisi)[7] presentino una forte accentuazione della dimensione manipolativa. Che significa "interpretare"? Ortodossamente, l'interpretare è 'enunciazione di asserti contenenti informazioni sul "veramente detto" del paziente (del ricevente). L'analista, interpretando, compie una operazione composita, in forza della quale comunica al suo ricevente una "verità": - che a lui sfugge; - che lui non solo non sa, ma che sa diversamente, - una verità che pertanto si oppone al suo sapere di sè. Interpretare, quindi, non è un puro dare informazioni. Bensì è un definire (anche in senso etimologico: dare dei confini, stabilire dei limiti) le forme e i contenuti della consapevolezza che il soggetto ricevente ha di sé . In breve, è un intervenire sul sistema di riferimento cognitivo-emotivo in forza del quale l'individuo elabora forme e contenute della propria autopercezione.   Si noti, l'interpretare no è un semplice "spiegare". Più profondamente è uno spiegare " contro" : esattamente uno spiegare che si oppone alla coscienza, al piano cognitivo e emotivo non del paziente ma che è il paziente. Esemplificativamente: comunicare al paziente che le sue manifestazioni di stima all'analista, in realtà, contengono alti livelli di aggressività verso di lui, coprono sensi di inferiorità, collegati a sentimenti analoghi provati in rapporto ad una figura paterna vissuta come onnipotente vuoi dire enunciare asserti che non si limitano a fornire nuove informazioni sul "detto" del paziente, ma che ridefiniscono il senso complessivo, l'intero orizzonte di significato in una misura e secondo una prospettiva che non solo non è iscritta nel" detto" ma che addirittura è da esso formalmente negata. Emerge qui pertanto come l'interpretare sia, sostanzialmente, un destrutturare per via della ricodificazione del senso e del significato del detto (sognato, fatto) del ricevente-paziente . Ora quello che ci interessa rilevare in questa sede non è solo e tanto il livello di attendibilità delle griglie teoriche (i modelli di mente e di patologia psichica) che consentono all'analista di procedere al suvvisto processo di destrutturazione interpretativa, bensì e soprattutto la valenza obiettivamente manipolativa di tale procedere. Giacchè, anche se il processo interpretativo fosse vero (anche se, cioè, il detto dell'analista fosse realmente il "veramente detto" del paziente) resterebbe pur vero che tale processo interpretativo si pone come attività di decentramento del focus coscienziale del paziente e quindi come attività che pone il paziente nella condizione di ri-vedersi e ri-sapersi secondo uno sguardo che non nasce da lui ma da un altro: dall'analista. Chiamiamo “manipolazione” qualsiasi modalità comunicativa che pone il ricevente nella condizione di un acritico (e, in parte, necessitato) apprendimento eteronomo. Conviene soffermarsi un attimo su questa nostra asserzione. E chiarire: - che per apprendimento "eteronomo" non intendiamo l'acquisizione di dati informazionali puri e semplici: tale acquisizione, infatti, costituisce il minimo comun denominatore di tutte le forme di apprendimento; per certi aspetti è una delle plausibili definizioni dell'apprendimento in quanto tale;  - che, per conseguenza, l'apprendimento è sempre eternomo o, meglio, sempre presenta una dimensione eteronoma: un suo dipendere dall'altro da noi, da ciò che l'altro ci comunica;  - che la qualificazione eteronomica, da noi usata in senso negativo, si riferisce ad un tipo particolare di apprendimento: precisamente all'apprendimento-di-noi, e cioè a ciò che veniamo a sapere, comprendere e valutare di noi, della nostra vita, del nostro modo di essere, sentire ecc.;  - che tale qualificazione negativa dell'eteronomia non è da intendersi in assoluto, ovvero non implica che l'apprendere di noi per il tramite dell'altro, sia in sè e per sè cosa negativa. E non lo implica per il semplice fatto che ciò avviene regolarmente e normalmente: come regola e norma. Noi, in effetti, giungiamo a sapere di noi (e qui non ha importanza se questo sapere sia "vero" o "falso") per il tramite degli altri: e ciò avviene dall'infanzia in poi. Gli altri (l'universo dell'alterità) sono l'orizzonte psico-relazionale al cui interno noi ci facciamo noi, così raggiungendo determinate forme e livelli di consapevolezza;  - infine, che tale qualificazione negativa si fonda proprio sullo scarto e, anzi, a nostro avviso, sulla profonda diversità/avversità che intercorre tra il "normale" apprendimento di noi per via eteronomica nelle normali (non specialistiche) relazioni umane e l'apprendimento di noi per via analitico-interpetativa giacché quest'ultima, in forza della sua essenza "esplicativa", del suo sguardo "profondo", soprattutto, del .suo scavalcare le forme contingenti del "nostro sapere di noi" non agisce come comunicazione aggiuntiva all'universo delle nostre "normali" esperienze comunicative, bensì come comunicazione autorevole e vera, quindi come aggiunzione intrusiva di uno sguardo su di noi che non è da noi costruito: che è eteronomo perché fondato sulla " legge altrui ".    [1] Si noti che l’andar vicino, a suo volta, implica una strutturale insicurezza circa la posizione ove si trova l’oggetto cui andar vicino. Si approccia, quindi, qualcosa di cui non sappiamo bene qualcosa: un senso, un significato, un intenzione, una disponibilità. Si tratta insomma di un termine epistemicamente debole. [2] E’ di pochi mesi fa la comparsa di un un nuovo esempio di riclassificazione diagnostica dei “mental diseases”: questa volta di matrice psicodinamica il PDM. [3] Ad esempio, fino a che punto possiamo chiamare “fatto” una fantasia inconscia? O  anche lo stesso inconscio – persino quello di matrice ericksoniana. In che senso, se sono fatti, questi “fatti” esistono? [4] Si noti: la costruzione concettuale dell’altro è, a certe condizioni ed in certi momenti del lavoro psicoterapico,  inevitabile: a condizione che sia collegata alla consapevolezza del suo essere un nostro costrutto, un nostro procedere abduttivo per ipotesi e, appunto, approssimazioni. [5] Ci pare comunque opportuno sottolineare come vi sia, comunque almeno una possibile “definizione” di psicoterapia dotata di una sua forte compatibilità teorica ed epistemica con l’ordine delle nostre riflessioni: ci riferiamo a quell’intendere la psicoterapia, quell’”approcciarla” come specie particolare della classe delle relazioni umane significative. Intendendo per significative quelle relazioni umane: Che durano nel tempo; Che si strutturano nel tempo; Che producono esperienze ad alto impatto esistenziale; E che permettono l’emergere di dinamiche identificativo/proiettive tramite le quali l’altro o gli altri significativi vengono in qualche modo interiorizzati, così entrando a popolare il nostro mondo interiore. [6] Inutile rammentare che è a questo livello che tutta la psicoterapia contemporanea non può non manifestare il suo debito di gratitudine per gli apporti della scuola di Palo Alto. [7] Avremo modo, in altra sede, di evidenziare come la storia della moderna psicoanalisi – la storia della sua crisi e dei suoi sviluppi più contemporanei coincida con la crisi  e ridefinizione molto critica dei limiti dello strumento interpretativo.

L'approccio non direttivo e meta-interpretativo in psicoterapia seconda parte

c. Il falso e il vizio dello stile interpretativo analitico d. Analisi come auto-analisi relazionale e. Comunicare come ascolto, comprensione, testimonianza e partecipazione   Per esemplificare quanto appena detto secondo moduli formali: è indubbio che noi possiamo giungere a scoprire "nuove cose" di noi, a intravedere certe nostre dinamiche interne (certe nostre paure ed esitazioni, come pure certi nostri desideri e aspirazioni) dentro una "normale" relazione umana. Anzi, più questa relazione è "normale e umana", più essa dovrebbe favorire questo nostro sviluppo interiore, questo allargamento della nostra coscienza di noi, questo apprendimento (esperienziale, prima che cognitivo) più preciso e sottile sul chi siamo e come "funzioniamo". Aggiungiamo anche, che più questa relazione è significativa e cioè si riveste per noi di valore strategico, perché strategici sono i bisogni e i desideri che soddisfa o le paure che allontana e fa superare più essa produrrà significative modificazioni nelle forme e contenuti del nostro sapere di noi (nel "bene e nel male"): quante cose possiamo apprendere di noi dentro un profondo rapporto di amicizia?! o dentro una relazione amorosa?! Forse che l’esperienza dell’essere amati da un altro/a non ci dispone ad ascoltare di più l’amato/a? E forse che questo maggior ascolto non promuove silenziosamente un nostro ascoltarci alla luce del detto dell’amato/a? Forse che i suoi rimproveri, le sue osservazioni, le sue attestazioni di stima non risuonano con particolare, suggestiva, penetrante efficacia dentro di noi, così mutando, almeno in parte, il nostro angolo visuale di noi? Ma, appunto, tutto ciò avviene spontaneamente: in forza della natura e della qualità della relazione umana (significativa) in cui siamo immersi. Molto diverso è ciò che accade nella via interpretativa nel setting. Qui vi è una intenzionalità esplicativa e anticoscienziale; vi è una evidente finalità (legittimata dalla sicurezza "scientifica" dell’analista) a produrre uno spostamento complessivo e radicale della prospettiva da cui ci guardiamo. Qui, nel setting analitico, il nostro "qui e ora" è sistematicamente rinviato e riletto in base al nostro "là e allora": qui il nostro sapere è confrontato e disconfermato dal nostro non sapere. ..pur sapendolo (questo è l’inconscio da un punto di vista sistemico-relazionale!). Qui il nostro sentire è riletto alla luce del nostro sentire diverso e opposto, ecc. .. ..Ma, si dirà, tutto questo è fatto... "a fin di bene", per "curarci", per "guarirci". O, se vogliamo usare un linguaggio più sofisticato, è fatto per ridurre i nostri meccanismi di difesa, per allargare la nostra coscienza, per integrare più armonicamente il pulsionale con il razionale e il culturale; per togliere le radici profonde dei nostri sintomi, per permetterci di non ripetere il passato: (quel passato che, rimosso, ritorna prepotente in noi e su di noi, rendendoci copie aggiornate della nostra infanzia edipica). Concediamo tutto questo. E non per ammissione retorica. All’opposto perché siamo dell’avviso, che ci pare ragionevole, che, in effetti, tutte le finalità sopra elencate sono valide e possiedano una reale virtualità "curativa" questo è del resto il motivo per cui "non possiamo non essere e dirci psicoanalisti". [1]Non "concediamo" però che la comunicazione interpretativa (e, più ancora, quella ricostruttivo-genetica) sia funzionale a quelle finalità. Anzi riteniamo che le contraddica in nuce et in spiritu. E questo perché il conseguimento di simili obiettivi presuppone che il" conseguitore", l’attore, il protagonista di simile impresa sia il soggetto stesso. .E’ Freud stesso che si muove e "autorevolmente" in questa direzione quando, nei suoi (rari) scritti di tecnica psicoanalitica, da un lato avverte di rispettare i tempi di rielaborazione del paziente (invita cioè a rispettare il processo dinamico del suo contraddittorio entrare in contatto con le sue verità), dall’altro invita l’analista a comunicare per via interpretativa: a) sulla base dell’analisi del transfert;  b) e parlando quando il paziente si trova già lui "ad un passo" dalle sue verità.  Si muove autorevolmente ma solo in linea di principio e per di più tra incertezze e contraddizioni (che svelano un pratico disattendere dei principi). Ci chiediamo, infatti: che senso ha interpretare "quando il paziente è a un passo dalla sua verità"? Se è ad un passo, perché non fare in modo che lo compia? Perché non aspettare? Perché non essere coerente fino in fondo con l’altra indicazione ad accettare i tempi di rielaborazione delle resistenze? (la sua Durcharbeitung?) Siamo del parere che questa contraddizione freudiana non esprima un mero errore logico, una incongruenza, una aporia della tecnica della psicoanalisi. Più profondamente testimonia: a) di un suo “falso”; b) di un suo “vizio”.   c. Il falso e il vizio dello stile interpretativo analitico   Il falso: non è vero, e in ogni caso è molto dubbio, che i pazienti di Freud si siano mai trovati, da soli, ad un passo dalle loro verità inconsce. E’ cioè falso e, "più profondamente", è una ingenuità di natura para-religiosa, fideistica credere che un paziente da solo e cioè senza precedenti ausili interpretativi, giunga ad un passo dal "recuperare spontaneamente" il suo "amore omosessuale per il padre"; il suo desiderio di "prendere in bocca il suo pene" e di avere con lui un rapporto anale; dal "riconoscere" le sue fantasie distruttive verso il seno materno, o il ventre materno (popolato di peni paterni, di feci e urine e fratelli più o meno reali); è falso credere che spontaneamente senza sottili suggerimenti interpretativi la "nostra" paziente si trovi ad un passo dal realizzare l'angoscia del trovarsi castrata, il desiderio di compensare la sua umiliante e vergognosa mutilazione con il "furto" del pene paterno, e poi in subordine con il desiderio del pene paterno e poi ancora di un bambino con/da lui e infine con un bambino con un equivalente paterno. I pochi casi clinici di Freud, e quello celeberrimo de "l’uomo dei lupi" in particolare (nonché quelli di tanti autorevoli psicoanalisti) sono lì a testimoniare, con evidenza quasi sperimentale, di quante e quali sottili (e talvolta dirette e grossolane) interpretazioni sia nutrito il percorso che ha condotto i loro pazienti a quel passo. Ovvio allora che Freud inviti a comunicare, via interpretativa, "solo" quando si è a quel passo: perché non comunicare quando già lo si è fatto fin lì? Ovvio che se non si interpreta anche quest’ultimo passettino il paziente. ..non lo farà mai perché prima ne ha fatti da solo ben pochi !  Il vizio: è quello duplice, di natura filosofica ed epistemologica. della sfiducia profonda verso le risorse del paziente e verso l’uomo in generale; e della concezione dogmatica ed ingenua della verità psicologica (e più in generale ancora, delle condizioni di attendibilità del conoscere psicologico-clinico). Circa il primo vizio, è da notare come esso derivi dal modello pulsionale freudiano e dalla sua teoria dell'inconscio (oltre che, probabilmente, da idiosincrasie personali, non che da una certa cultura mitteleuropea ed ebraica a cavallo del secolo). L’uomo freudiano (e quindi anche il paziente freudiano) è agito da forti e strategicamente vincenti tendenze auto-eterodistruttive di origine biologico-pulsionale. Egli, pertanto, va guidato sulla strada del riconoscimento dello loro proteiformi manifestazioni sintomatologiche e relazionali. Senza un aiuto esterno, quell’uomo rimarrà sempre e comunque schiavo di tali forze che in ogni caso potrà solo gestire e diluire e mai vincere. Il "male oscuro" non alberga nell’uomo: lo domina. Come il peccato originale, da cui possiamo riscattarci ma di cui conserviamo le tracce nella nostra natura corrotta e bisognosa di continuo aiuto e ammaestramento, di guida, di "cura d’anime". Benché collocate ad un livello teorico, scientifico e culturale immensamente più avanzato e dotato anche di reali virtualità conoscitive, la psicoanalisi, in quanto tecnica interpretativa della psiche, unitamente al suo modello di " cura " pare mantenere pressoché intatte due connotazioni-chiave della direttività e manipolatività tipiche dell’istituzione religiosa e dell’universo dell’ideologia (e delle conseguenti relazioni di potere): i connotati del possedere una verità e del comunicarla; e quelli del voler adeguare gli altri a questa verità (qui non si è peccatori ma... si oppongono resistenze).   d. “Analisi” come auto-analisi relazionale Negare immediata attendibilità all’impianto teoretico (della psicanalisi) non significa negarne alcuni fondamentali contributi euristici e conoscitivi. Parimenti, non significa misconoscere la realtà dei meccanismi di difesa, della vischiosità dei dinamismi nevrotici, della nostra umana e profonda tendenza a rimuovere ciò che ci fa paura o ci è sgradevole riconoscere, della dimensione inconscia, e del nostro essere costruiti all’interno di un processo relazionale che ci mistifica, reprime e distorce a noi stessi. Significa l’opposto. E precisamente trarre le corrette " conclusioni " teoriche e metodologiche in sede terapeutico-analitica. In particolare: significa rendere adeguate le forme comunicazionali analitiche e più latamente psicoterapiche, al fine loro più intimo che è la restituzione del soggetto a se stesso: alla sua verità;    significa, allora, individuare le modalità relazionali e comunicazionali più adeguate a favorire nel paziente lo svilupparsi e irrobustirsi di un processo auto-analitico, e quindi di più strutturate capacità di auto-osservazione comprensiva.  Con una immagine mutuata dalla chimica e dalla biologia, potremmo dire che ciò significa concettualizzare il lavoro e la presenza comunicazionale e relazionale dell’analista come quella non solo di un catalizzatore: di un "quid" che favorisce l’innescarsi di processi (in questo caso analitici) nel paziente, ma di un auto-eterocatalizzatore: un quid capace di innescare processi di autoanalisi che poi procedono compiutamente per conto loro. L’analista, in breve, dovrebbe comportarsi come quegli enzimi che innescano un processo catalitico che a sua volta produce gli enzimi che occorrono per la sua autonoma (e non più eterodipendente) prosecuzione. Ovviamente, questa metafora dell’analista come agente di un processo di autoeterocatalisi è. ..solo una metafora. E va presa solo per il suo approssimato indicare di un modo di intendere e praticare il rapporto terapeutico teso a garantire il massimo di autonomia e di "libertà" (cognitiva ed affettiva) al paziente. Una metafora, insomma, che non può assolutamente riassumere in modo compiuto la complessità dell’interazione paziente-analista. Va poi notato che tale metafora se lasciata a se stessa rischia di ridursi a "pia intenzione", o al massimo, a lodevole ripetizione di una pia intenzione: forse che a tale intenzione non si ispira la stessa psicoanalisi e moltissime altre correnti psicoterapiche? Quale psicoterapeuta o analista, infatti, non sostiene e proclama di lasciar liberi i propri pazienti? Non è forse in opposizione alla "crassa" manipolatività della suggestione ipnotica nella sua configurazione a la Charcot, Bernheim, Lièbault che la psicoanalisi freudiana vanta l’estrema non direttività delle sue tecniche e dei suoi stili comunicazionali? In che senso concreto, allora, intendiamo noi parlare e indicare di stili comunicazionali non direttivi? Ci troviamo nell’obbligo, una volta argomentato il perché del rifiuto dello stile e della logica interpretativa psicoanalitica, di tracciare modalità e logica di stili comunicazionali alternativi.   e. Comunicare come ascolto, comprensione, testimonianza e partecipazione Per rendere conto, sia pure nei limiti di una introduzione, della qualità teorica e applicativa di questo nostro stile comunicazionale conviene prendere la mossa da alcuni dati-base, attinenti al modo di essere del paziente all’interno del setting, che a noi paiono sufficientemente solidi da suscitare consenso specialistico: 1° dato: il paziente che soffre di un disagio psicologico si trova in una particolare situazione emotiva caratterizzata da confusione (non sa bene che cosa abbia e perché); da senso di vergogna (il paziente sente non solo di avere qualcosa che non va, ma anche di essere qualcuno che non va -"c’è qualcosa di sbagliato in me" per di più circondato da persone che invece "vanno" dalle quali teme di essere giudicato e respinto); da senso di impotenza (il paziente non sa come uscire dalla situazione in cui si trova esente, avverte, spesso si convince che non ne uscirà mai); da senso di solitudine (il paziente si sente profondamente solo in senso radicale e riassuntivo dei precedenti vissuti: egli è solo perché si sente diverso, perché teme di comunicare quella che ritiene la sua diversità, che è poi la sua particolare debolezza, perché, in quanto impotente, ha paura del confronto con gli altri che infatti incontra settorialmente e cioè sulla base di forti meccanismi e comportamenti di difesa; inoltre il paziente è solo perché è veramente chiuso, assediato, dai/nei suoi pensieri ed emozioni). 2° dato: la situazione psicoaffettiva sopra descritta si acutizza all’interno del setting e questo indipendentemente dalla realtà comunicazionale e relazionale del terapeuta. Il paziente cioè sposta sull’analista/terapeuta la sostanza del suo complessivo modo di reagire e relazionarsi con gli altri (con i suoi altri), così vivendo l’analista come rappresentante di tutto ciò che non è lui: che lui teme e che desidera , 3° dato: in forza di 1 e 2, il paziente si trova, nel contesto di setting, in una situazione di estrema ipersensibilità o iperrisonanza emotivo-affettiva-cognitiva che da un lato lo spinge ad innalzare al massimo i meccanismi di difesa; dall’altro lo rende estremamente sensibile alle comunicazioni dell’analista (questa duplicità o bivalenza delle risposte emozionali interne del paziente si mantiene a lungo nel corso dell’analisi). Questi, appena tracciati, non sono dati riassuntivi ed esaustivi della complessità psicoemotiva che caratterizza il paziente in terapia. Certo, però, sono rappresentativi di alcune sue dinamiche-base di valenza strategica: perché tali, se non modificate, da incidere pesantemente e negativamente sulla sua esperienza psicoterapica e, quel che più conta, sul mantenimento della sua condizione di disagio e scacco esistenziale. Siamo del parere che la totalità delle comunicazioni in analisi debba funzionalizzarsi alla modificazione del quadro sopra delineato e a null'altro di sostanziale giacchè la modificazione di tale quadro è (fatta parziale eccezione per le situazioni di disagio psicotico) di per sè sufficiente tanto a produrre significative modificazioni sintomatologiche quanto altrettanti significativi allargamenti del campo di consapevolezza di se del paziente. Ma cosa vuol dire "funzionalizzare al suddetto quadro le comunicazioni dell’analista"? In estrema sintesi, ciò implica: a: che l’analista (o terapeuta:qualsiasi terapeuta) sia anzitutto capace di : comunicare la sua capacità di ascolto del paziente. E questo nel modo più ovvio e apparentemente banale (al punto da essere, in fondo, l’unico): e cioè ascoltando realmente il paziente. Ma che significa ascoltare ? "Semplicemente" ciò che recita qualsiasi dizionario: e cioè udire, sentire e voler capire le comunicazioni dell’altro (nel caso specifico del settino), con la consapevolezza umana e professionale, "tecnico-specialistica" della complessità e multidimensionalità -linguistica e metaverbale del piano comunicativo). Che significa ascoltare "realmente"? Qui "realmente" significa "per davvero". E cioè non rinvia ad una compiutezza comprensiva, ad una" precisione" nella traduzione dei significati (profondi e non) del comunicato del paziente. Più semplicemente e..."realisticamente", significa ascoltare con la pura tensione e intenzione di ascoltare: di capire ciò che il paziente ritiene di volerci dire a livello dell'io, ossia con l’onestà, la buona fede, e la sincerità di chi comunica di sè, del suo modo intimo, ad uno sconosciuto/a -a quello sconosciuto/a che è poi l’altro (si ricordi quell’altro che rappresenta, sta-al-posto-di tutti quegli" altri" che nella realtà hanno circondato e circondano il paziente). In termini ancora più sintetici: ascoltare realmente significa, per noi, in analisi, accettare integralmente il piano di significato del paziente. E quindi, anzitutto, riconoscerlo e poi rifletterlo: cioè essere per lui suoi testimoni: testimoni del suo orizzonte di significato nella sua accezione fenomenologica: ossia, ancora, nel suo darsi e dirsi così come si dà e si dice senza alcun commento aggiuntivo, e a maggior ragione, senza alcuna traduzione a un diverso e "più vero" livello di significazione. Se dovessimo condensare aforisticamente il messaggio profondo che l’analista, tramite siffatta modalità di ascolto, dovrebbe comunicare al paziente, tale messaggio si "ridurrebbe" a questo: "sappia che io le credo: che credo che lei crede a ciò che dice e prova e sente " . Messaggio cui, come corollario, si aggiunge quello del: "proprio per questo, desidero comprendere bene ciò che , .." lei dice e sente e prova" . b: " credere a ciò che il paziente dice" .Detto così sembra quasi un azzeramento della tradizione psicoanalitica. Addirittura, una sorta di abiura del meglio dei suoi contributi euristici e conoscitivi della psiche umana: quei contributi che abbiamo dichiarato di voler salvaguardare (e, aggiungiamo ora, di difendere da tanti assalti neo-cognitivistici, "psico-corporei" e neurobiologici oggi di moda). Manteniamo il nostro impegno. "Credere a ciò che il paziente dice" non vuoi dire assumere, in sede di teoria della tecnica psicoterapeutica, la dimensione coscienziale del paziente (e dell’uomo in genere) come I’alfa e I’omega della sua verità. Noi, come uomini e esattamente come tutti i nostri pazienti, ben sappiamo di possedere l’affascinante e umanissima virtualità di saper mentire. ..nella massima buona fede; di saper razionalizzare l’irragionevole; di saper rimuovere tutto ciò che ci provoca dolore e soprattutto quello connesso al ferimento del nostro narcisismo. Ben sappiamo di saper negare l’evidenza (talvolta impressionante) delle nostre tendenze egocentriche, avide, invidiose e più in generale della nostro privatissimo e sacrale culto del" nostro caro lo " .Altresì ben siamo consapevoli della nostra capacità una delle più notevoli e complesse e antiche di reagire ai nostri impulsi più antisociali comportandoci nel modo più altruistico e sociale. ..così però rimanendo, nel profondo, ancora gli stessi al punto che, se si presenta l’occasione se, freudianamente, possiamo farla in barba al Super-Io ecco che ritorniamo, con estrema velocità e spontaneità alla nostra "naturale" a/antisocialità pulsionale. "Credere al paziente" non vuol dire rimuovere tutto questo. Ma anzi trarre la più dovuta delle conseguenze: che nasce dal sapere di come i meccanismi di difesa sopra narrativamente riportati siano. ..meccanismi di difesa, ossia processi dinamici attivati e organizzati da una "intenzione" (in larghissima misura inconscia) autoprotettiva; la conseguenza del saper rispettare la legittimità profonda di tali meccanismi e, per questa via, di essere compiutamente sintonici con la loro origine autoprotettiva.[2] Ora tale sintonicità è tutt’uno con la capacità di comunicare (e realizzare) l’intenzione di ascolto testimoniale; appunto, di sapere ascoltare il paziente rendendogli testimonianza del nostro volerlo capire e del nostro far fede della sua sincerità esperienziale. Giacché proprio siffatto sapere ascoltare si concretizza, nella dinamica relazionale del setting, in’ un "saper essere", ossia in una modalità complessa e integrata (cognitiva, emotiva, affettiva) di porsi con/all’altro, di essere presenza, che da un lato lo fa progressivamente (e, certo, lentamente) uscire dal sentimento angoscioso e disperato, di essere solo (e/perché diverso e incomprensibile); dall’altro lato lo rende più sicuro e fiducioso di se e dell’altro con cui comunica di se. Chiamiamo "partecipativo" questo modo d’esser perché tramite esso il detto del paziente, in quanto ascoltato e accolto per ciò che significa per lui (in termini cognitivi e psico-affettivi), gli viene restituito sì nel suo significato (e cioè senza aggiunte interpretative magari vere ma non a lui disponibili) ma in modo arricchito dall’essere tale significato un significato compreso e condiviso: reso "parte" a/di un altro. Di un " altro" , facciamo notare, che resta pur sempre tale: cioè una persona diversa dal paziente. Del resto, è proprio il mantenersi "altro" dell’analista ciò che rende efficace e terapeutico, per il paziente, il suo sentirsi compreso da lui. Proprio perché un altro lo ascolta-comprende, comunicandoglielo congruentemente, il paziente fa l’esperienza della relazione: appunto, di una non-solitudine e di una non-radicale diversità (rispetto all’universo degli altri). Siamo del parere che il protrarsi e mantenersi in ogni caso e cioè di fronte a tutto ciò che il paziente può dire di questa posizione di ascolto, testimonianza, comprensione e presenza partecipe da parte dell’analista costituisca "l’enzima essenziale" del processo catalitico del paziente. Fuor di metafora, costituisca il medium comunicativo-relazionale base sia del processo di allargamento della consapevolezza e della riappropriazione di se da parte del paziente; sia delle modificazioni sintomatologiche. Con questo non vogliamo asserire che questa esperienza comunicativo-relazionale sia sufficiente a produrre e spiegare la complessità e totalità del processo terapeutico. Più limitatamente che ne è la condizione indispensabile.  [1] Questo, e molti altri, sono i motivi per cui qualsiasi dichiarazione di “decesso” della tradizione e dell’orientamento psicoanalitico non può che apparire nella sua radicale inconsistenza teoretica e clinica e, quel che più colpisce, nella sua totale incomprensione non solo del valore della psicoanalisi, ma della specifica dimensione o approccio  psicodinamico alla comprensione e cura della sofferenza psichica. [2] E’ paradossale che questa avvertenza, di amtrice psicoanalitica, la si ritrovi ben presente nell’approccio di Milton Erickson? 

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Docente nelle materie: Psicologia Generale (M10A), Procedimenti Psicoterapici (M10C), Psicoterapia Psicoanalitica (M11E) e Psicologia Dinamica (M11D) presso la Scuola Europea di Psicoterapia Ipnotica e dell’Associazione Medica Italiana per lo Studio dell’Ipnosi – Fondazione AMISI è riconosciuta dal MIUR con decreto 20 marzo 1998 

 Una introduzione in corso 

Difficile definire qualcosa che è in divenire, un’idea che si viene configurando sulla spinta di intenzioni, immagini, obiettivi e desideri solo in parte completamente coscienti – come spesso avviene quando stiamo facendo qualcosa che ci prende e ci diverte: che ci di-verte (etimologicamente, che ci porta verso altra destinazione) e, proprio per questo, ci prende, perché talvolta noi ci prendiamo là dove ancora non siamo. O per lo meno, là dove ancora non siamo consapevole di essere o voler andare. 

  

Comunque… 

  

Comunque questo Sito vuole muoversi lungo due macroprospettive disciplinari: quella filosofica e quella psicologica nella piena consapevolezza tanto di ciò che storicamente e concettualmente differenzia e anche oppone queste prospettive (al punto da ingenerare nei loro cultori sospetto e, talvolta, disappunto e ostilità); quanto di ciò che inevitabilmente le connette. Inevitabilmente e produttivamente. 

Perché – e vengo al luogo teorico di maggior impegno del Sito – è sulla produttività del raccordo integrato e costante, puntiforme e al tempo stesso non confusivo tra approccio filosofico e approccio psicologico ai quesiti strategici, radicali che investono la fenomenologia dell’uomo in quanto ente capace di una sofferenza particolare e specie-specifica: quella psicologica che si gioca la tenuta ed il senso del Sito. 

Appunto, il suo operare nella direzione di una comprensione vieppiù adeguata – pur nella dura accettazione della sua strategica approssimazione – delle multiformi e ubiquitarie cause di quel patire nel tempo nelle idee, nelle emozioni, negli affetti e nelle relazioni con il quale siamo obbligati a confrontarci quotidianamente non solo come terapeuti o "filosofi" ma anzitutto come uomini, come portatori di quella stessa strutturale virtualità al patire che i pazienti ci testimoniano attraverso una fenomenologia sintomatologia che parla a noi e di noi anzitutto. 

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